Wig Wamania: lasciatevi contagiare

Pubblicato su Rock e Hard Rock, Wig Wam il Marzo 17, 2008 da Franco Slaviero

Tenetevi forte, il contagio è in atto già da tempo e, di quanti sono entrati in contatto con l’album di cui parlerò, ha risparmiato ben pochi (sfortunati). Sì, perché nel 2006 quattro rockers vecchio stampo provenienti dalla Norvegia (“tanto per cambiare”, dovremmo aggiungere a questo punto) hanno dato alla luce un lavoro avvincente, sgargiante, spettacolare: trattasi, per l’appunto, di Wig Wamania. I quattro scandinavi, che sotto il nome di Wig Wam hanno già pubblicato due album prima di questo, hanno alle spalle una carriera molto più lunga di quanto non sembri (per fare qualche esempio, tra loro c’è chi in passato ha militato in gruppi come Sha-Boom o Dream Police). I loro nomi sfiorano il ridicolo (Glam al microfono, Teeny alla chitarra, Flash al basso, Sporty alla batteria) e il loro look non è da meno…

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… ma sono questi, uniti al loro selvaggio rock and roll sound, elementi assolutamente peculiari della band, la quale non manca di mostrare anche il suo lato più divertente, spassoso, dissacrante (basti pensare che il loro debut album s’intitola 667… The Neighbour Of The Beast). Troverete in Wig Wamania le influenze più disparate (Kiss, Alice Cooper di Trash e Hey Stoopid!, Mötley Crüe, Poison, Bon Jovi dei tempi d’oro e tanti altri), ma quello che più vi stupirà sarà scoprire che in tutto ciò i Wig Wam riescono ad essere freschi ed originali e mai nostalgici o scontati. Ce n’è davvero per tutti i gusti, dagli scalmanati inni di grande impatto (Rock My Ride, Kill My Rock ‘N’ Roll), ai brani più marcatamente AOR (Slave To Your Love), alle vere e proprie ballate (Bygone Zone, At The End Of The Day). Ottime le performance da parte dei musicisti, strepitosa e sbalorditiva la prova di Glam al microfono, songwriting di qualità, melodie azzeccatissime, produzione impeccabile: Wig Wamania va senza dubbio a coronare la carriera finora intrapresa dai quattro norvegesi.

Che aspettate a lasciarvi contagiare?

Un volo sulle Highlands

Pubblicato su Dare, Rock e Hard Rock il Marzo 13, 2008 da Franco Slaviero

Fermatevi. Abbandonate per un’oretta gli affanni quotidiani e lasciatevi trasportare dai venti del nord che sfidano le vette delle Highlands. Voi metteteci il sogno, l’immaginazione; al resto penseranno i Dare con la musica del loro quarto album: Belief. Se cercate un po’ di tranquillità e, perché no, anche introspezione, le undici tracce di questo disco sono ciò che fa per voi. Già con l’album precedente, Calm Before The Storm, i Dare erano riusciti a reinventarsi, abbandonando un sound marcatamente più hard rock (loro parlano di “heavy period”) col quale pure avevano eccelso; ma è forse proprio con questo Belief che raggiungono il massimo dell’ispirazione.

La mente dietro questo progetto è quella di Darren Wharton, già tastierista degli storici Thin Lizzy; lui, con un’impronta così importante sul proprio curriculum, ha dimostrato con la parabola Dare di essere un musicista libero, assolutamente lontano dalle regole del mercato e deciso a percorrere la propria strada senza temere di non essere seguito.

È quasi impossibile descrivere a parole la musica di Belief. Ci troviamo di fronte ad un leggerissimo rock nel quale le molteplici voci della Natura trovano un loro spazio importante: tuoni, mare e vento si mescolano alle chitarre e alle tastiere, regalando all’ascoltatore affreschi straordinari delle terre incantevoli da cui questa musica proviene. Flauti, violini e cornamuse donano al suono un che di folk e di celtico, mentre la voce di Wharton, calda e avvolgente, incarna perfettamente l’animo melodico dell’album. Sicuramente d’impatto l’opener Silent Thunder, White Horses (Lions Heart) e Take Me Away; gradevoli i delicati up-tempo di Dreams On Fire e Falling; memorabile We Were Friends, vero cuore del disco, toccante canzone dedicata al compianto Phil Lynott.

Se apprezzate questo genere di musica sono sicuro che troverete in Belief un album splendido, coinvolgente, raffinato, libero.

Divisi epic, insieme prog

Pubblicato su Progressive Rock, Sieges Even il Febbraio 28, 2008 da Franco Slaviero

Lontano da draghi, guerre epiche, cavalieri, bardi e quant’altro il metal a tinte fantasy offre, i fratelli Holzwarth dimostrano di sapersela cavare molto bene (per chi scrive meglio) anche nei più impegnativi sentieri del progressive. Per chi non li conoscesse, Alex Holzwarth è l’attuale batterista dei Rhapsody Of Fire (nei quali milita dai tempi di Dawn Of Victory, quando la band si chiamava ancora semplicemente Rhapsody), mentre Oliver Holzwarth sfodera il suo talento di bassista nei Blind Guardian da ormai dieci anni. Separati si dedicano dunque al filone power epic, con risultati –va ammesso– più che discreti; ma è quando suonano insieme che, a parer mio, danno il meglio di sé, anche se non sempre (anzi, quasi mai) hanno ottenuto il riscontro di pubblico che meriterebbero.

Proprio per questo motivo il “progetto di famiglia” fu abbandonato nel 1997 dopo dieci anni di attività e cinque album alle spalle. Fortunatamente Oliver e Alex tre anni fa sono tornati sui propri passi, rifondando la loro creatura su idee più fresche e dando alla luce (per ora) due validissimi dischi, The Art Of Navigating By The Stars (2005) e Paramount (2007). Ed è proprio su quest’ultimo che con questo post voglio concentrare l’attenzione.

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I Sieges Even, questo il nome della band dei fratelli Holzwarth, ne hanno fatta di strada e, in tanti anni, l’evoluzione stilistica li ha portati ad un progressive rock molto lontano dal sound (più metal) del passato. Alla cura verso l’aspetto tecnico, che un po’ tutto il filone prog da sempre vuole o impone, si è infatti aggiunta una notevole attenzione verso la melodia.

Il risultato è un album sì complesso, ma anche molto piacevole fin dai primi ascolti; tutte le canzoni, anche quelle più lunghe (come la bellissima Where Our Shadows Sleep o la profonda Leftovers), non risultano troppo ampollose o enfatiche all’ascoltatore non avvezzo al prog; ma non suonano nemmeno eccessivamente ruffiane o easy listening all’ascoltatore più esigente. Cori e innesti metal sono sapientemente disseminati un po’ per tutto il disco, orientamento preannunciato dall’opener When Alpha And Omega Collide, capace di catturare fin da subito l’attenzione, grazie anche all’eccellente prova al microfono di Arno Menses. Non mancano inattese soluzioni originali, come il passaggio di sax nel cuore della titletrack. Da ascoltare, fidatevi.

L’olandese con la fissa per i Queen

Pubblicato su Rock e Hard Rock, Valentine, Robby il Febbraio 17, 2008 da Franco Slaviero

Seguaci dei Queen di tutto il mondo, ho (forse, giudicherete voi…) un buon consiglio da darvi. Diversi anni fa uno di voi, rapito e ispirato dalla musica di Freddie Mercury e soci, imparò a suonare svariati strumenti musicali, fino a diventare quello che è oggi: un capace polistrumentista con buone doti compositive e gran gusto per la melodia. All’inizio del suo cammino era, come detto, uno di voi; negli anni ha fatto tanta strada da riuscire a realizzare il suo sogno più grande: aprire per Brian May (nella fase finale del tour europeo di Back To The Light, nel 1993). Oggi continua il suo viaggio, disseminando lungo il tragitto innumerevoli omaggi e dichiarazioni d’amore per i “suoi” inarrivabili Queen. Il suo nome è Robby Valentine e viene dall’Olanda.

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Per constatare tutto ciò, pescate pure qualcosa a caso nella sua discografia, per la verità non sempre facilmente reperibile; i suoi album grondano vistosamente di quella incontenibile passione che lo ha spinto come un razzo verso traguardi insperati. Episodi come Back On The Track o Black & White United (entrambi tratti da Valentine 4 United del ‘97) danno un’idea della straordinaria capacità che questa musica ha di stamparsi nel cervello per le sue (av)vincenti melodie. I suoi lavori più recenti sono Falling Down In Misanthropolis del 2007 e The Most Beautiful Pain del 2006. Proprio quest’ultimo ha interrotto un silenzio che durava ormai da sei anni, decretando un ritorno sgargiante, stravagante ed esagerato: ben 17 tracce, cariche di motivi a presa rapida, riff granitici, cori, falsetti, citazioni (su tutte ricordo “I grow up with a night at the opera” in Magical Memories) e addirittura plagi più o meno evidenti! Nonostante mi lasci spesso dubbioso, credo che un artista così generalmente o esalti o faccia schifo. A voi tutti, e in particolare agli appassionati dei Queen, il verdetto.

Quando torna la leggenda

Pubblicato su AC/DC, Almanacco, Classici, Rock e Hard Rock il Febbraio 11, 2008 da Franco Slaviero

Dopo otto anni eccoli ritornare. Le voci che si inseguono sul web danno per ultimate le registrazioni del loro nuovo album, ne fissano ad aprile l’uscita e parlano addirittura di concerti programmati in segreto per pochi fortunati. È naturale veder crescere tanto l’attesa quando a tornare è un super gruppo che nella sua lunga carriera è stato capace di scrivere le regole dell’hard ‘n’ heavy; ed è ancor più naturale quando quel gruppo porta il nome di AC/DC.

Di loro s’è parlato ultimamente non solo per l’imminente ritorno, ma anche per i continui successi che il tempo sta loro continuando a riconoscere e consacrare. Il riferimento è al fatto che recentemente la RIAA (Recording Industry Association of America) ha certificato Back In Black disco di platino per la ventiduesima volta; il che significa che solo negli States l’album ha raggiunto l’incredibile traguardo di 22 milioni di copie vendute. Ma il successo non è solo statunitense; Back In Black ha venduto infatti oltre 40 milioni di copie in tutto il mondo, aggiudicandosi la prima posizione nella classifica rock di sempre e la seconda in quella generale planetaria (dopo Thriller di Michael Jackson).

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Back In Black è un omaggio, un tributo a Bon Scott, il cantante che, unitosi agli AC/DC nel 1974, contribuì a fare della band una vera e propria leggenda del rock; morì tragicamente a Londra il 19 febbraio 1980 all’età di 33 anni. I suoi compagni di viaggio non si fecero abbattere da questa disgrazia ed eressero il più bel monumento che un rock and roll singer quale Bon Scott potesse ricevere in sua memoria. Il primo passo fu reclutare Brian Johnson, il cantante preferito di Bon, al posto di quest’ultimo; non è un caso che i due abbiano in comune una voce roca, graffiante, distorta.

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Il tema ricorrente del disco è, inutile dirlo, quello del lutto: lo ritroviamo nel titolo stesso, nella copertina nera, nei funebri rintocchi di campane che aprono l’intero album e, ovviamente, nei testi. Il sound non subisce cali di qualità rispetto al passato, risultando anzi più robusto ed energico grazie ad un’ottima produzione che ha saputo valorizzare la grinta e la potenza della band. La proposta è quella di sempre, in pieno stile AC/DC: una musica semplice con melodie dirette, ma soprattutto vigorosa e trascinante, con non poche aperture verso il blues. Pezzi come Hells Bells, You Shook Me All Night Long o la stessa titletrack hanno consegnato la band australiana, e con essa l’hard rock, al grande pubblico; questi brani peraltro sono, insieme ad altri sempre contenuti in quest’album, tra le canzoni più famose della storia del rock.

Non c’è perciò da stupirsi che una band capace di raggiungere simili apici desti grande attesa al suo ritorno in scena dopo otto anni: se così non fosse, che leggenda sarebbe?

Video: AC/DC - Back in black (live) 

Il fuoco sotto il ghiaccio

Pubblicato su Alternative, Sigur Rós il Gennaio 28, 2008 da Franco Slaviero

Sigurros Birgisson è stata senza dubbio una delle persone più giovani mai omaggiate: mentre era intenta a fare le sue prime boccate d’aria, quattro ragazzi decisero di dare il nome di lei al loro gruppo musicale; uno dei quattro, il cantante Jónsi, era il fratello maggiore della neonata.

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Nascono così i Sigur Rós, letteralmente “Rosa della Vittoria”, band capace di creare un particolarissimo rock (se di rock qui si può parlare), da contorni e tinte tipici della terra da cui questa musica proviene: l’Islanda. Una terra, come suggerisce il suo stesso nome, caratterizzata da un freddo implacabile, ma anche dal calore che ribolle rovente sotto il muschio ed il ghiaccio: tratti distinguibili anche nella musica dei Nostri, fredda e calda allo stesso tempo. Ma anche oscura e luminosa; rumorosa e silenziosa: i Sigur Rós sono contemporaneamente la quiete e la tempesta. Ascoltate, ad esempio, Takk, del 2005; ma che non si tratti di un ascolto distratto: date attenzione e spazio a questa musica, essa ricambierà catturandovi.

Assoli di motosega

Pubblicato su Jackyl, Rock e Hard Rock il Gennaio 10, 2008 da Franco Slaviero

Mi sono da poco imbattuto in una hard rock band che, almeno per me, è stata una scoperta a dir poco sorprendente! Fondete insieme AC/DC e Lynyrd Skynyrd, aggiungete un pizzico di Aerosmith e otterrete i Jackyl. Nati all’inizio degli anni ‘90, hanno all’attivo ben cinque album in studio, due live e una raccolta. Possono inoltre vantare alcune collaborazioni con gli AC/DC e in particolare con Brian Johnson in persona. Il gruppo è composto da Jesse James Dupree al microfono, Jeff Worley alla chitarra, Roman Glick al basso e Chris Worley alla batteria. Una particolarità: “suonano” anche la motosega!

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L’album di cui oggi parlerò rappresenta il giro di boa della discografia in studio finora realizzata dai Nostri: Cut The Crap. Il disco, che ha appena compiuto dieci anni (è uscito nel 1997), è un condensato di esplosivo hard rock, 11 tracce nelle quali davvero si fatica a trovare punti deboli. Su tutte svetta Locked And Loaded, potente brano magistralmente scritto e cantato insieme a Brian Johnson: memorabile! La voce di Dupree, la quale ha un che di AC/DC, si rivela poi ottima anche per le canzoni meno incalzanti (Misery Loves Company, Let’s Don’t Go There). Non manca, come promesso, la motosega, vera spina dorsale dell’adrenalinica titletrack; forse non piacerà a tutti, ma è innegabile l’originalità che hanno mostrato i Jackyl nel fondere il ruggito dell’arnese (“suonato” dallo stesso Dupree) con la loro musica. Spettacolo ai concerti assicurato.

Tesla 2007: solo cover, ma che classe!

Pubblicato su Rock e Hard Rock, Tesla il Gennaio 4, 2008 da Franco Slaviero

A tre anni di distanza dall’ottimo Into The Now, tornano gli statunitensi Tesla con un disco che regala più di quanto promette; trattasi di un album di cover, dal titolo Real To Reel. Certo, molti penseranno che un cover album dopo tre anni di silenzio è un traguardo un po’ mediocre; ma bisogna ammettere che, tra le band ormai affermate, non è da tutti mettersi a confronto con vere e proprie leggende del rock perché il risultato di simili confronti non ammette mezze misure: totale disfatta o successo assoluto. A mio parere è quest’ultimo che i Tesla hanno ottenuto: Real To Reel convince, dimostrandosi un lavoro robusto, avvincente e sentito.

L’impressione che i cinque rockers di Sacramento (California) abbiano voluto sfornare un nuovo disco senza troppo impegno sfuma, infatti, proprio quando ci si accorge dell’animo con cui hanno suonato questi vecchi brani, nei quali si riconoscono stilisticamente e con i quali senza dubbio sono artisticamente maturati. A distanza di tempo, dunque, questo è per loro una sorta di ritorno alle origini: ciò è evidente dall’entusiasmo, dalla grinta e dalla passione che questi pezzi trasudano. Il tutto è naturalmente condito da abbondanti dosi di talento; e non potrebbe essere altrimenti: solo i veri assi possono, senza complessi di inferiorità, condensare in unico disco Deep Purple (Space Truckin’), Led Zeppelin (Thank You), UFO (Rock Bottom), The Rolling Stones (Honky Tonk Women), Thin Lizzy (Bad Reputation) e tanti altri. L’album esiste anche in versione più ampia, con un secondo cd che fa salire il numero delle canzoni da 13 a 25. Unica nota negativa è l’abbandono (definitivo?) da parte del chitarrista Tommy Skeoch (per problemi di droga), qui degnamente sostituito da Dave Rude. In conclusione: bene fin qui, Tesla; ora pensate agli inediti.

Video: Tesla - Thank You (Led Zeppelin cover)

Ricordi d’un altro mondo

Pubblicato su Alcest, Alternative il Dicembre 31, 2007 da Franco Slaviero

L’album che più mi ha colpito in questo 2007 è senza dubbio Souvenirs d’un Autre Monde, targato Alcest; dietro questo nome si cela in realtà un’unica persona, il poco più che ventenne Neige, polistrumentista francese già noto per il suo contributo alla scena black metal transalpina come chitarrista dei Peste Noire, dei Forgotten Woods e degli Amesoeurs. Anche il progetto Alcest ha un passato extreme, ma con questo “Souvenirs” vira inaspettatamente verso l’alternative rock e lo shoegaze.

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In copertina vediamo una bambina immersa nelle proprie fantasie intenta a suonare un filo di paglia: questa immagine, così come il titolo del disco, preannuncia le atmosfere sognanti protagoniste del rinnovato sound Alcest. Del passato black metal restano sporadiche accelerazioni di batteria (Les Iris) e fragorosi passaggi chitarristici (Printemps Émeraude), elementi questi che non solo non stonano, ma che riescono addirittura ad amalgamarsi col resto, arricchendolo ed esaltandolo. Affascinanti le melodie, disegnate dal cantato sussurrato e malinconico di Neige e da chitarre acustiche a dir poco emozionanti. Non mancano infine le aperture verso il folk (Tir Nan Og).

L’Italia che salvò i Genesis

Pubblicato su Almanacco, Genesis, Progressive Rock il Dicembre 30, 2007 da Franco Slaviero

Nel 1971 esce il terzo album dei Genesis, gruppo inglese allora guidato ancora dal singer Peter Gabriel, solo uno dei geni che negli anni hanno prestato il loro talento in questa storica band. Il lavoro in questione porta il titolo Nursery Cryme e viene lanciato sul mercato il 12 novembre di quell’anno. Purtroppo il disco non soddisfa le aspettative di Gabriel e soci, sia per il mediocre supporto dell’etichetta Charisma, sia per il recente abbandono da parte del chitarrista Anthony Phillips, sia per un effettivo bassissimo riscontro di pubblico (appena seimila copie vendute è davvero un risultato deludente), anche e soprattutto in madrepatria. E non si tratta mica di un album scadente: è addirittura Keith Emerson a tesserne le lodi definendolo “incredibile”! Questa situazione porta i Genesis verso la crisi.

È l’Italia a risollevare (inaspettatamente?) le sorti della band, trascinando nei primi mesi del 1972 Nursery Cryme ai vertici delle classifiche, dimostrando una sensibilità maggiore verso una proposta sicuramente meno diretta e più impegnativa. “L’Italia ci ha veramente salvato” dirà in un’intervista Mike Rutherford.

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La classifica degli LP più venduti in Italia nel marzo del 1972 vede al primo posto Pawn Hearts dei Van Der Graaf Generator, al secondo la Premiata Forneria Marconi con Storia Di Un Minuto, seguito da Pictures At An Exibition degli Emerson, Lake & Palmer; il quarto posto è di Nursery Cryme, mentre al quinto c’è Island dei King Crimson: una classifica a dir poco leggendaria! Questo accadeva un terzo di secolo fa. Oggi, a esattamente 35 anni di distanza, la situazione è ben diversa; la classifica dello scorso marzo (fonte: Federazione Industria Musicale Italiana) culmina con un quinto posto assegnato a Handful Of Soul di Mario Biondi, la raccolta Soundtrack ‘96-’06 di Elisa al quarto, Tiziano Ferro con Nessuno è Solo al terzo, seconda Jennifer Lopez con Como Ama Una Mujer e primo Biagio Antonacci con Vicky Love.

Naturalmente i gusti son gusti, ma non ci vuole molto ad accorgersi della differenza, in qualità e pregio, che corre tra la classifica di questo marzo e quella del marzo di 35 anni fa. Dov’è finita l’Italia che salvò i Genesis? Dov’è quel gusto che porta ad apprezzare qualcosa di più ricercato senza fermarsi allo scontato motivetto del momento, ammiccante al commercio più che alla musica? E quanti gruppi importanti faranno oggi la fine che stavano per fare ieri i Genesis a causa della perdita di questo gusto? Temi forse troppo pesanti da ribadire in un semplice post, ma che volete farci, anche questo è progressive.